Sul lago Tahoe



Juan ha sedici anni ed è appena andato a sbattere contro un palo con l’auto di famiglia. A casa la mamma si è chiusa in bagno e il fratellino non sa che fare. Mentre il ragazzo peregrina da un’autofficina all’altra cercando chi possa aiutarlo a far ripartire l’auto conosciamo esponenti di un’ umanità talvolta rassegnata talaltra con sogni impossibili. Veniamo contemporaneamente messia a conoscenza del motivo della sofferenza del ragazzo: è morto suo padre.
Il messicano Fernando Eimbcke ha portato in Concorso alla 58^ Berlinale un piccolo ma intenso film. Spinto da una domanda personale (come mai quando da ragazzo aveva perso il padre pochi giorni dopo si era procurato un incidente in auto?) il quasi quarantenne regista ci offre il ritratto di un adolescente privo totalemente di appigli che lo aiutino a venire fuori non tanto dalla panne dell’auto quanto da quella che la vita gli ha posto dinanzi. I personaggi che incontra (il meccanico con cane da difesa, la ragazzina madre che sogna di diventare la front woman di un gruppo punk, il ragazzo appassionato di arti marziali) sono dramatis personae di una via crucis interiore al termine della quale cercare una ricomposizione con l’esistenza e col quotidiano. In sé il film non propone novità dal punto di vista del linguaggio cinematografico utilizzato. Vi si legge però la sincerità di uno sguardo che cerca delle risposte difficili da trovare e il desiderio di accostarsi a un mondo in formazione (quello degli adolescenti) lasciato sempre più solo da adulti centrati solo su se stessi.





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