Linha de Passe



A San Paolo del Brasile quattro fratelli, forse tutti di padri diversi, vivono poveramente in un modesto alloggio, tenuto con cura dalla madre, la tenace Cleuza, di nuovo incinta di qualcuno.
La vita quotidiana è dura per i giovani che, ognuno a suo modo, tentano una strada per emergere dal nulla. Dênis, il maggiore, che ha un figlio piccolo, che vive con la madre giovanissima, cerca di guadagnarsi il pane come pony, sfrecciando per le strade trafficate con il suo motorino; Dario ha diciotto anni e un talento per il calcio: cerca di farsi notare ma i suoi anni paiono già troppi per aspirare ad una carriera calcistica; Dinho, che lavora in una stazione di servizio, sembra avere trovato conforto nella fede; il più piccolo, Reginaldo, ha un unico scopo, rintracciare suo padre, di cui sa solo che è un conducente di autobus.
La disperazione dell’oggi, e del domani che sarà uguale, è scandagliata e denunciata attraverso gli occhi di quattro fratelli che cercano di sfuggire ad un destino prefissato di povertà e anonimato.
Girato dal brasiliano Walter Salles (I diari della motocicletta) con Daniela Thomas, Linha de Passe è un ritorno di Salles alle tematiche della sua terra e a quelle, universali, dei diseredati, che già aveva filmato in Central do Brasil e in Foreign Land prima (sempre con la Thomas), sempre partendo da un’ottica giovanile.
Il punto di vista è quello dei più giovani, che non trovano alcuno sbocco, che, senza l’aiuto del denaro, possono ben poco e sperimentano, fin da subito, lo sfruttamento. Ognuno pare trovare qui una valvola di sfogo, una flebile speranza, che però, per tutti e quattro, si rivelerà effimera, spezzando quel filo che ancora li divideva dal passaggio a strade più pericolose, di piccoli crimini, droghe, scippi.
Salles sa comunicarci l’angoscia e la desolazione, riprese nella megalopoli di San Paolo, “20 milioni di abitanti, 200 chilometri di ingorghi e 300.000 pony express in moto”, un mostro che inghiotte tutto e in cui è arduo trovare un proprio posto. Claustrofobico, nonostante gli ampi spazi, costruisce attorno allo spettatore una gabbia, da cui pare impossibile fuggire.
Interpretazioni tutte straordinarie e “naturali”, su tutte quella robusta e fiera della madre, l’attrice teatrale Sandra Corveloni, che tiene unita la sua famiglia, rivendicando per sé il diritto di decidere della propria vita.
Un urlo di denuncia, un film da non perdere. E, il finale, è aperto.
All’immaginazione e alla visione della vita di ognuno.





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