Lettere dalla Sicilia



Sicilia 1843. Gli inglesi Sir e Lady Warwick hanno acconsentito ad accompagnare la nipote Victoria nella fu Magna Grecia per quel Grand Tour che tanto affascinava i letterati dell’epoca. Del gruppo fanno parte anche la piccola Penelope e Morgan, il fidanzato di Victoria, individuo sensibile e curioso, che fungerà da vero e proprio detonatore nel trasformare il viaggio d’istruzione in un’esperienza da cui si rivelerà impossibile un completo ritorno.
Lettere dalla Sicilia, opera prima del siracusano Manuel Giliberti, è un film di figure retoriche: la solitudine in compagnia, l’adulto-bambino, la modernità dell’antico. Si articola su tre piani temporali, per cui, alle sequenze siciliane ambientate a metà Ottocento, si alterna il racconto di ciò che avviene a Londra vent’anni dopo, mentre sullo sfondo rimane l’età classica come emblema di una condizione primigenia irraggiungibile che però permane dentro di noi, dentro chi sa prestarle ascolto.
Come già nel capolavoro di Rossellini, Viaggio in Italia, al centro del confronto tra moderno e imperituro c’è una coppia, ma l’esito del “viaggio filmico” non potrebbe essere più distante.
Qui Victoria, preda di capricci intellettuali, si diverte a pensarsi un’abitante dell’antica Egesta, oggi Segesta, e fa appello all’immaginazione per raccontarsi una storia che potrebbe vederla protagonista indiscussa di un romanzo d’avventura; Morgan, al contrario, vive l’esperienza sulla propria pelle, priva di filtro protettore, e sperimenta un contatto intimo e perturbante con la natura, al punto da rifiutare il ritorno alle convenzioni, al prezzo di una grande sofferenza.
Purtroppo il film si lascia abbagliare dalla cura dei costumi e dell’illuminazione degli interni e sceglie l’artificio a scapito dell’autenticità, intaccando profondamente il senso di un’opera che vorrebbe trattare temi quali l’esperienza, i sensi, la fiducia.
Attori italiani, da Piera degli Esposti ad Andrea Giordana, Linda Gennari, Gualtiero Burzi e Galatea Ranzi, vestono i panni di aristocratici inglesi, si affidano a una recitazione teatrale, si muovono come figurine di un’illustrazione d’epoca, estremamente ben decorate ma irrimediabilmente bidimensionali.
Resta il coraggio di aver optato per un soggetto piuttosto insolito, la prova di una mano registica sicura, la musica di Antonio Di Pofi.





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